I Lettura:
Sir 27,30-28,7
II Lettura:
Rm 14,7-9
Vangelo:
Mt 18,21-35
Testi di riferimento:
Gen 4,13-15.24; Lv 25,47-54; 1Sam 6,7; 1Cr 29,17; Ne 9,17; Sal 18,26-27; 103,8-10; Pr 21,2.13; Sir 28,4; Mt 5,7.25-26.45-48; 6,12.14-15; 7,2; 10,8; Mc 11,25-26; Lc 6,36; 7,41-43; 12,58-59; 16,15; 17,3-4; Gv 13,34-35; At 13,38-39; Rm 10,3; 14,12; Ef 2,8-9; 4,32; 5,1-2; Col 2,13-15; 3,13; Gc 2,13; 1Gv 3,16; 4,11
1. Un brano indigesto? Il brano di Vangelo odierno presenta un insegnamento di Gesù che sembra essere, curiosamente, fra i più indigesti. La sua paradossalità si manifesta nel fatto che da un lato tale insegnamento è in perfetta sintonia con, per esempio, la prima lettura, e anche con il resto del Vangelo di Mt (cfr. 5,7; 6,12.14-15); ma d’altro lato la conclusione della parabola e il relativo ammaestramento di Gesù sembrano sconfessare quanto di buono si era detto in precedenza, nella fattispecie riguardo l’immagine di un Dio che ha una misericordia infinita, sempre e comunque. Tra l’altro Gesù stesso afferma, rispondendo a Pietro su quante volte debba perdonare un fratello che pecca contro di lui, che il perdono va dato in misura illimitata (vv. 21-22). E ciò rappresenta in fondo l’immagine di Dio sulla quale anche il cristiano odierno è ormai fortemente catechizzato. La conclusione del brano sembra allora farci ripiombare nell’era dell’Antico Testamento, in quella visione di un Dio che alla fine ci ripagherà comunque in base alle nostre opere, e non secondo la sua grande benevolenza (come afferma tra l’altro anche il Salmo responsoriale).
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